Perché “IO NON GUARDO LE OLIMPIADI”?

Perché “IO NON GUARDO LE OLIMPIADI”?
LE OLIMPIADI

Carissima, carissimo,
in vista dei prossimi Giochi di Pechino abbiamo deciso di lanciare la campagna IO NON GUARDO LE OLIMPIADI. Ecco un’introduzione per capire il senso e le modalità di questa iniziativa.

CHE COSA NON È:

  • non è una richiesta di boicottaggio delle Olimpiadi ai governi e agli organismi internazionali che ormai hanno avallato e condiviso questa decisione;
  • non è una protesta sull’onda dell’emozione per le repressioni, pur gravi, che il Governo cinese attua in Tibet;
  • non è una protesta per la “concorrenza sleale” dei prodotti cinesi; ciò è semmai una conseguenza di qualcosa di più grave che è accaduto e accade ancora oggi in Cina, e che vogliamo portare all’attenzione di tutti.

CHE COSA È:

  • è un’iniziativa di sensibilizzazione affinché le persone prendano coscienza della grave violazione dei diritti umani che in Cina avviene da decenni e che ancora oggi prosegue. Il Governo comunista cinese, nella triste classifica del numero di morti provocate dai regimi totalitari, supera ampiamente il regime nazista della Germania di Hitler e quello comunista dell’Unione Sovietica;
  • è un’iniziativa di sensibilizzazione sul fatto che, mentre i campi di concentramento dei totalitarismi del secolo scorso appartengono, fortunatamente, alla storia passata, essi sono ancora una realtà diffusa nella Cina del 2008. Questi campi, chiamati Laogai, servono a due scopi: dare continuità alla macchina dell’intimidazione e del terrore per gli oppositori al regime; sostenere il boom dell’economia cinese, fornendo manodopera a “costo zero” attraverso il lavoro coatto dei prigionieri;
  • è un’iniziativa di sensibilizzazione sul fatto che, oltre ai milioni di morti nei Laogai e alle migliaia di condanne a morte eseguite ogni anno, il Governo cinese detiene anche il triste primato dei milioni di bambini che mancano all’appello, abortiti forzatamente a causa della politica del “figlio unico”; una politica che quindi colpisce gli esseri più indifesi, i bambini nel grembo materno, e provoca gravi sofferenze nelle famiglie, private così anche del loro futuro;
  • è un monito per il nostro futuro. La storia ci racconta, tra il nostro stupore e la disapprovazione, che nel 1936 la comunità internazionale assegnò l’organizzazione delle Olimpiadi a Berlino mentre il Nazismo era in piena ascesa; l’attenuante di allora fu che ancora non si poteva prevedere quello che sarebbe accaduto con i lager e le deportazioni. Oggi la comunità internazionale ripete l’errore, ma con l’aggravante di sapere ciò che il Governo cinese, responsabile di milioni di morti, ha fatto e fa tuttora.

CHE COSA TI CHIEDIAMO

  • di sostenere la nostra iniziativa, aderendo on-line su www.nuoveonde.com (link al modulo di adesione) e diffondendo i contenuti e le ragioni di questa battaglia culturale e di verità: nei prossimi mesi troverai molti approfondimenti sul sito, per conoscere e divulgare la reale situazione della Cina di ieri e di oggi. Affinché, dopo Berlino 1936 e Pechino 2008, la storia non possa ripetersi un’altra volta!
  • di compiere un piccolo gesto: un sano digiuno televisivo dalle Olimpiadi, in modo da far risaltare, prima di tutto a noi stessi, l’equivoca circostanza per cui i campi sportivi coesisteranno con i campi di concentramento, la fatica volontariamente scelta dagli atleti con quella coatta dei prigionieri, le lacrime di gioia per il raggiungimento di un sospirato record con quelle di dolore e di separazione dalla propria casa e famiglia.

LE PRINCIPALI OBIEZIONI ALLA NOSTRA CAMPAGNA… E LE RISPOSTE:

  1. Il boom dell’economia cinese non può essere un modo per migliorare le condizioni di vita della popolazione? E le Olimpiadi non possono rivelarsi un’occasione di apertura?In realtà l’effetto è opposto: il vantaggio competitivo dell’economia cinese si regge sull’utilizzo a “costo zero” della manodopera dei detenuti nei Laogai. Poiché questo vantaggio competitivo genera domanda sempre crescente, il sistema di lavoro basato sui Laogai è in continuo aumento e il Governo cinese ha aumentato i finanziamenti e gli investimenti nei campi di concentramento. In questo modo i benefici del boom economico continuano ad essere a vantaggio della stessa piccola nomenklatura, come è sempre avvenuto in tutti i regimi comunisti. L’equazione “incremento del commercio = incremento dei diritti umani” quindi non regge ed è un argomento falso poiché, se fosse vero, la comunità internazionale l’avrebbe utilizzato per tutti gli altri Paesi su cui invece ha applicato e applica il sistema dell’embargo (Iraq, Birmania, ecc.). La realtà è che la Cina, attraendo investimenti stranieri con produzioni a basso costo e rendendo così sempre più dipendenti i Paesi occidentali da questa economia falsata, sta comprando e barattando il silenzio e l’avallo sulle violazioni dei diritti umani che questo sistema comporta. L’assegnazione delle Olimpiadi a Pechino è l’ennesimo segno di questo “scambio”. Il Partito comunista, che controlla tutto in Cina, è sia il beneficiario economico sia il responsabile di questa moderna schiavitù: è al contempo imprenditore, sindacalista, politico, garante dell’ordine pubblico e sociale e, infine, giudice di tale sistema. Anche per noi le conseguenze sono devastanti e sotto gli occhi di tutti: aziende e imprese artigiane chiudono perché non reggono questa concorrenza sleale; interi quartieri delle nostre città vengono acquistati a prezzi inaccessibili per gli italiani, fino a costituire estesi feudi dove non si parla l’italiano e dove nasce un universo commerciale parallelo, misterioso e impenetrabile: lì non valgono più le nostre leggi e viene ricreato lo stesso sistema dei Laogai facendo entrare nel nostro Paese un numero indefinito di persone con il solo cambio della foto su passaporti scritti in una lingua indecifrabile. A tutto questo si aggiungono gli immensi danni ambientali che provoca quotidianamente un boom economico senza controlli: ne pagheremo le conseguenze per molte generazioni.
  2. Perché nemmeno la Chiesa Cattolica ha chiesto il boicottaggio di queste Olimpiadi? E perché non prende una dura posizione sui Giochi di Pechino 2008?Le parole del Papa e della Chiesa da sempre sono improntate alla richiesta di rispetto integrale della persona umana e dei suoi diritti, tra cui quello alla libertà di religione, e questa richiesta è universale. Bisogna tenere però presente che la Chiesa Cattolica in Cina vive una particolare situazione di sofferenza perché i suoi figli, vescovi, sacerdoti o semplici fedeli, sono da anni vittime di atroci persecuzioni. Per questo motivo, come è giusto, le parole della Chiesa Cattolica devono essere sempre prudenti, valutando le conseguenze possibili di ogni azione, nello stesso modo in cui un padre di famiglia agirebbe se sapesse che dalle proprie parole dipende la vita dei suoi figli. Conferma di questa situazione sono le numerose richieste rivolte ai fedeli affinché preghino per la situazione dei Cristiani in Cina (proprio Benedetto XVI ha voluto istituire per il 24 maggio la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina). Altre volte il Papa e la Chiesa si sono trovati in situazioni molto delicate, il che tuttavia non ha mai impedito di mostrare ai fedeli i motivi e le ragioni della verità: Giovanni Paolo II andò in visita a Cuba e strinse la mano a Fidel Castro, ma ciò non generò alcun dubbio sulla sua ferma condanna delle violazioni dei diritti umani in quel Paese.

Dare un’alternativa all’aborto: l’esperienza dei CAV

Dare un’alternativa all’aborto: l’esperienza dei CAV
Dare un’alternativa all’aborto: l’esperienza dei CAV

Sintesi dell’incontro di formazione del 13 dicembre 2007 – Milano c/o Scuola Faes Monforte [scarica la relazione in formato .doc] – Vi indichiamo inoltre tre progetti del Movimento per la Vita a favore di chi desidera avere o contribuire a dare un’alternativa all’aborto: SOS Vita, Progetto Gemma e La culla per la vita

Sig.ra Enza Costa, volontaria del Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano

Oggi quali sono i fattori che inducono una donna a scegliere l’aborto?
Innanzitutto, la legge vigente che influenza costume ed etica delle persone con contenuti troppo permissivi: essa, infatti, generalizza il ricorso all’aborto come forma di servizio sociale, consente alla donna (anche se minorenne e senza il consenso dei genitori) di richiedere da sola tale pratica entro 90 giorni dal concepimento e comunque anche dopo il terzo mese se il proseguimento della gravidanza è ritenuto pericoloso per la sua vita e se le malformazioni del nascituro potrebbero causarle un danno psico-fisico e, ancora, permette alla donna di abortire più volte e sempre gratuitamente.

Un secondo fattore è costituito dalla possibilità di abortire senza ospedalizzazione attraverso l’assunzione di contraccettivi abortivi e controgestativi, oppure grazie alle moderne tecniche di fecondazione artificiale, ma anche per la facilità con la quale viene assunta la “pillola del giorno dopo”, anche da minorenni ed all’insaputa del genitori, nonché con l’utilizzo della Ru486 con la quale l’espulsione del feto avviene fuori dalle strutture ospedaliere.

Un altro fattore che si può dimostrare determinante nella scelta abortiva operata dalla donna è l’assenza di efficaci azioni di prevenzione o rimozione delle cause che determinano la scelta medesima: spesso si ignorano le direttive stesse della Legge 194 che prevedono la “rimozione delle cause” che ostacolano la gravidanza e si limitano gli interventi di prevenzione alla sola proposta contraccettiva, la quale viene addirittura illustrata come prima risoluzione del problema negli strumenti divulgativi scolastici, senza dimenticare che frequentemente la donna non viene neanche informata delle possibili alternative all’aborto che le vengono offerte dai canali del volontariato, che anzi viene normalmente ostacolato nelle sue attività.

Infine la risoluzione ad optare per una pratica abortista dipende anche dalla stretta correlazione che si è venuta a creare tra cultura e abortività, legame che si fonda sul mancato riconoscimento dell’identità umana, considerata tutt’al più un problema di opinione e neanche fondamentale e sulle diverse visioni antropologiche succedutesi negli anni in materia, le quali non riconoscono al concepito il diritto alla vita e la pari dignità con tutti gli esseri umani e offrono una visione riduttiva della persona e della sua sessualità. A ciò bisogna poi aggiungere che oggi gli strumenti comunicativi mediatici vengono spesso usati in modo scorretto, così da nascondere o addirittura alterare la verità.

Quali sono, però, le cause concrete che generalmente motivano una donna a richiedere di abortire?
Possono essere molteplici: gravidanze indesiderate giunte in famiglie già troppo numerose, la paura che il nascituro posso essere affetto da malformazioni più o meno gravi, il timore che la gravidanza possa far perdere l’impiego o bloccare la carriera, difficoltà economiche, gravidanze vissute in clandestinità o in solitudine nel caso di disarmonia di coppia, abbandono del partner, rapporti occasionali, nonché le forti pressioni che possono giungere dal partner, dai familiari, dai datori di lavoro o dagli sfruttatori.

Chi sono coloro che agevolano o stimolano la scelta abortiva?
Troviamo soggetti in questo senso responsabili in vari livelli dell’organizzazione sociale e istituzionale del nostro Paese: a cominciare da chi è parte della vita privata della donna, ossia il coniuge o il partner, i familiari, ma anche coloro che lavorano nel settore come gli operatori sanitari e sociali i quali possono esercitare molta influenza sulle scelte della neo mamma non solo istigando attivamente e convincendo a servirsi dell’aborto, ma anche rimanendo semplicemente assenti e non fornendo alcun sostegno e assistenza.

Ma possiamo considerare soggetto che agevola o stimola la pratica abortiva anche lo Stato che non attui un’efficace azione di prevenzione, attribuendo poca importanza all’aspetto morale che avvolge la questione e alle sofferenze che ne derivano, soffermandosi, piuttosto, sulla disamina dei costi/benefici, preferendo sostenere le spese sanitarie per l’interruzione volontaria della gravidanza che non quelle per aiutare chi ricorre all’aborto per motivi economici.

Infine si possono annoverare nell’elenco anche gli organismi internazionali e le associazioni eugenetiche e femministe che guardano all’aborto come il miglior modo per garantire un maggior controllo demografico e per assicurare scelte libertarie nell’uso della sessualità, riconoscendo il diritto della donna al controllo assoluto della gravidanza e della nascita, anche con l’ausilio della tecnica scientifica, secondo l’idea che l’aborto permetta una “miglior salute riproduttiva della donna”.

Come viene presa la decisione di abortire?
Una donna che debba affrontare questa decisione può agire in differenti modi: può decidere istintivamente, in modo rapido senza valutare altre possibilità e conseguenze, oppure in modo razionale, esaminando tutte le ragioni pratiche e i motivi che nel concreto possano far ritenere migliore una strada oppure un’altra, anche se in contrasto con bisogni affettivi ed emotivi. E’ anche possibile, però, che la donna temporeggi e decida di posticipare il momento della decisione, rinviandola a causa di forti sentimenti conflittuali oppure si rifiuti di prendere alcuna risoluzione e con atteggiamento di rassegnazione deleghi ad altri la questione. In ogni caso, la scelta che la donna si trova a dover affrontare è molto grave e non si può non tener conto delle pesanti conseguenze che si possono riscontrare in una donna che ha abortito.

Quali sono tali conseguenze?
Esistono molte ricerche e testimonianze che evidenziano disturbi fisici e psichici (le cd. sindromi post-abortive) sofferti a seguito di un aborto. Ancora oggi, però, nonostante il “consenso informato”, ne vengono indicate solo alcune e molte vengono ancora taciute; inoltre, non essendo la donna seguita anche nel tempo successivo all’aborto (salvo che essa stessa non sia consapevole del suo stato e richieda uno specifico aiuto), molte conseguenze non si evidenziano come correlate alla pratica abortiva, e nonostante, nel breve termine, la donna sperimenti una riduzione del livello di ansia, successivamente le si presentano disturbi post-traumatici da stress, sia fisici che psichici.

Le più frequenti e possibili conseguenze fisiche sono: tensione muscolare, vertigini, tachicardia, problemi gastrici, cefalea, convulsioni, squilibrio nel ciclo mestruale (causato soprattutto dalla pillola del giorno dopo), disturbi sessuali e calo del desiderio, maggior propensione a partorire prematuramente, alta probabilità di gravidanze ectopiche, molti effetti collaterali della RU486, compreso il pericolo di morte e possibile formazione di aderenze endo-uterine che possono causare sterilità.

Tra quelle psichiche, invece, si possono riscontrare: calo della propria autostima a causa della decisione presa, difficoltà nelle relazioni affettive ed interpersonali, disagio psicologico intenso all’esposizione a fattori scatenanti (contatto con bambini appena nati, visite ginecologiche, ecc.), sogni spiacevoli ricorrenti, ricordi intrusivi che si manifestano con immagini, pensieri o percezioni, sensazione di rivivere l’esperienza dell’aborto, problemi di salute mentale, violenze sui figli, depressione, stress emotivo simile a quello di un lutto (ma più complicato da elaborare per i sensi di colpa) e rischio di suicidio.

Perché è importante dare un’alternativa all’aborto?
Perché siamo di fronte ad un vero e proprio genocidio di chi è ancora nel grembo materno: secondo recenti stime, ogni anno nel mondo vengono effettuati circa 46 milioni di aborti, di cui molti selettivi per sesso; mentre in Italia negli ultimi 28 anni sono stati attuati 4.740.007 aborti legali, ai quali si devono aggiungere quelli clandestini e quelli conseguenti all’uso di pratiche contraccettive e di fecondazione artificiale.

Da chi e come viene proposta un’alternativa all’aborto?
Dalla Chiesa Cattolica, che ha assunto un impegno culturale, pastorale e caritativo costante a favore della vita, dal Movimento per la Vita, che promuove ed attua azioni in campo legislativo, culturale ed educativo, dalla stampa cattolica e da pochi media laici, da alcuni Stati che con leggi più restrittive hanno arginato il grave problema e da altri che, per contrastare il calo demografico e l’aborto selettivo, sono intervenuti limitando le possibilità stesse di aborto; infine, dall’aiuto concreto offerto dai 280 Centri di Aiuto alla Vita (CAV), che, con vari interventi, hanno salvato più di 85.000 bambini ed aiutato più di 1.000.000 di mamme in difficoltà; dalle adozioni a distanza (Progetto Gemma) che hanno permesso, in casi di forte rischio di aborto per gravi difficoltà economiche, di offrire per 18 mesi anche un aiuto in denaro, grazie ai numerosi adottanti 14.000 bimbi sono stati salvati e alle mamme sono stati evitati gravi traumi; dal numero verde telefonico attivo notte e giorno, SOS Vita, dove gli operatori ascoltano, confortano e consigliano chi ha abortito e indirizzano al Cav più vicino le donne che richiedono aiuto per una gravidanza imprevista; da altri enti o associazioni quali Telefono Rosso, Madre Segreta, Culle per la vita, Caritas, ecc.

Chi deve attivarsi per sostenere la vita e quali sono stati i risultati fino ad oggi ottenuti in suo favore?
Tutti siamo chiamati a fare ogni sforzo per aiutare ad accogliere la vita e dobbiamo impegnarci attivamente per proteggerla, tanto più che le cause più frequenti che impediscono di accogliere un nuovo essere umano possono essere facilmente rimosse: la testimonianza dei Centri di Aiuto alla Vita lo ha dimostrato e i risultati ottenuti ne sono la prova.

E’ diminuito il numero delle persone favorevoli all’aborto, è aumentato il numero delle persone e delle associazioni (sopratutto cattoliche) che ritengono la difesa della vita e della famiglia una fondamentale “questione sociale”, sono aumentate le “obiezioni di coscienza” da parte del personale sanitario (da ultimi, i farmacisti), sono stati posti limiti alla fecondazione artificiale, si sono verificati ripensamenti da parte di alcune femministe, in alcuni ospedali sono state stipulate convenzioni con i Centri di Aiuto alla Vita, è aumentato il numero degli operatori sanitari e sociali che, a fronte dell’ostracismo precedentemente in atto, indirizzano ai CAV donne dubbiose che desiderano un sostegno, le madri che sono state aiutate ad accogliere il figlio collaborano esse stesse con i CAV nel consigliare altre madri in difficoltà, infine, quale segno di mutamento culturale e di riconoscimento in favore della vita, in molte località è stata ottenuta la tumulazione in apposite aree dei bimbi abortiti.

Sig.ra Elena Santambrogio, operatrice del Centro di Aiuto alla Vita Ambrosiano

L’ attività dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) aveva ed ha lo scopo di sostenere moralmente e materialmente le donne e le famiglie che vivano delle difficoltà a causa di una gravidanza, proponendosi loro come valida alternativa all’aborto.

Il Cav Ambrosiano sostiene e opera a favore della vita da oltre 25 anni: inizialmente ogni sua attività era sostenuta grazie alla buona volontà di persone che, credendo fermamente nel valore della vita, si adoperavano affinché ogni donna che, trovandosi in difficoltà, doveva decidere se portare a termine la gravidanza, non fosse lasciata nella più completa solitudine.

Nel corso degli anni, però, a causa dei continui cambiamenti sociali e dell’evolversi della tipologia delle necessità comuni, l’attività del Cav si è evoluta: un idoneo servizio sociale, composto da assistenti sociali e consulenti familiari professionalmente preparati, progetti finalizzati al sostegno e all’accettazione della gravidanza e un aiuto concreto, ci consentono oggi di rispondere adeguatamente alle richieste di aiuto e di poter essere un punto di riferimento diretto sul territorio, soprattutto in questo periodo in cui vi è una notevole carenza di interventi da parte dei servizi pubblici, sempre più il Cav e le associazioni di volontariato vengono chiamate in causa per intervenire immediatamente nelle situazioni di bisogno.

Accogliere, sostenere, affiancare, condividere, aiutare la donna e la famiglia che oggigiorno sono sempre più sole e spaesate, soprattutto in occasione dell’arrivo di un figlio, è fondamentale per lo sviluppo sano di una società, della nostra società.

Per questo motivo il Cav sostiene sia le donne che sono incerte se proseguire o meno la loro gravidanza, ma anche quelle donne e quelle famiglie che, avendo già scelto di salvaguardare e proteggere la vita nascente, si trovano in difficoltà socio-economiche tali da non essere in grado di mantenere uno o più figli. Ogni attività promossa dal Cav, comunque, non mira a sostituirsi al ruolo dei genitori e della madre, bensì ad affiancarli rendendoli a poco a poco autosufficienti in ogni piccolo aspetto della loro vita quotidiana; durante il colloquio con la madre, pertanto, l’Assistente Sociale cerca di porsi a fianco della donna, di individuare quali siano i suoi problemi, i suoi bisogni reali e più urgenti, eventualmente indirizzandola ad altri servizi più adatti alle sue esigenze, viene cioè stabilito un progetto di aiuto, che viene concordato direttamente con la persona.

Tutto ciò che riguarda poi gli aiuti materiali viene gestito e organizzato dai numerosi volontari che si occupano di:

  • accogliere la persona che si presenta al Cav, e quindi coordinare il lavoro di segreteria,
  • preparare i corredini per le partorienti e/o per i bimbi già nati;
  • sistemare carrozzine, passeggini e tutto il materiale che ci viene regalato, assegnandolo alle mamme che ne hanno bisogno;
  • sistemare e ripristinare i giochi che riceviamo;
  • riordinare tutti gli accessori (biberon., ciucci, ecc) che ci vengono portati per poi consegnarli alle famiglie che ne fanno richiesta.

Da circa 4 anni è attivo uno sportello Cav presso il consultorio familiare Kolbe, dove sono presenti, oltre agli operatori Cav, anche un ginecologo, psicologi, un’ostetrica, una pedagogista che integrano con il Cav il sostegno alla maternità.

Inoltre, sono stati formati gruppi per mamme in gravidanza dove possano condividere gioie e ansie di questo momento unico e irripetibile che stanno vivendo, gruppi per mamme e bimbi fino ai tre anni e da poco anche un gruppo per il massaggio infantile: sono gruppi di incontro, di scambio, di informazione, ma soprattutto di condivisione fra le mamme stesse.

Un altro sportello Cav è attivo presso la Parrocchia di Trezzano sul Naviglio, e da qualche mese, anche presso il consultorio Camen.

Inoltre il Cav ha delle case di accoglienza e dei progetti di ospitalità per intervenire nelle situazioni più gravi: quando per la donna non è più possibile rimanere a casa o perché, su richiesta del Tribunale per i Minori, è necessaria una osservazione più approfondita della relazione mamma-bimbo.

L’idea che noi operatori vogliamo diffondere del Cav è di un luogo in cui poter favorire, accompagnare, proteggere la relazione mamma-bimbo sin dal suo concepimento, con attenzione alla sua crescita e alla sua salute e non soltanto di un canale tramite il quale ricevere un puro aiuto materiale (latte e pannolini): è quindi per questo che il Cav ha scelto di operare sul territorio non solo tramite il gruppo di volontari che fonda il suo lavoro sulla generosità e la buona volontà, ma anche grazie a operatori specializzati che facciano del sostegno alla vita il loro lavoro principale.

Perché fare accoglienza significa certo accogliere fisicamente, ma poi significa anche fare l’impossibile, nel poco tempo a disposizione, affinchè le persone che vengono accolte diventino un po’ più autonome: questo comporta un ulteriore sforzo che porti al loro reinserimento nel contesto sociale, ma ancor prima è necessario avere motivazioni profonde e radicate e una grande capacità di ascolto delle difficoltà e bisogni altrui.

Un altro passo è quindi necessario per promuovere l’autonomia e la crescita come persona della donna che si rivolge a noi in difficoltà: riconoscere l’altro come distinto da me e soprattutto riconoscerlo nella sua autonomia di persona; l’altro non è parte di me, ma appunto è altro da me! Solo nel riconoscimento dell’altro e nell’accettazione della sua differenza come ricchezza nasce il desiderio di una relazione come luogo in cui ci si incontra con il mistero dell’altro: è stata proprio l’esperienza vissuta, e poi elaborata, al Cav ad avermi fatto cogliere le verità che sono negli altri, rafforzando sì i miei valori di riferimento, ma anche verificandoli nel continuo scambio interpersonale, arrivando a considerare ogni essere umano un dono e una ricchezza, mai una proprietà.

Incontrare l’altro che è diverso da me ci permette di conoscere tratti di una umanità sconosciuta. Dobbiamo allora chiederci se il valore di una persona è legato a ciò che ha, a ciò che sa, a ciò che fa, a ciò che può oppure se dipende semplicemente da ciò che è e dalla sua storia personale, unica, originale e irripetibile. Un esempio tangibile di ciò sono le donne che si rivolgono ai Cav che chiedono di essere trattate per ciò che sono e non per ciò che faranno o hanno fatto, se abortiranno o lo hanno già fatto.

Tante donne che si rivolgono al Cav chiedono di essere liberate dal peso di dover dare delle prove del fatto che sono donne, ma anche persone come tutte le altre, con la loro medesima dignità. Quello che cercano è qualcuno che le ascolti e le aiuti senza giudicarle: cercano, cioè, un po’ di accoglienza; la capacità dell’operatore sta nell’avvicinarsi tanto da capire chi si ha di fronte entrando in empatia, ma poi uscirne, per vedere da fuori cosa succede e poter aiutare la persona a capire la situazione che sta vivendo. Ogni operatore deve intervenire rispettando i ritmi propri della sua interlocutrice, senza portare forzature che potrebbero anche far peggiorare quei momenti di difficoltà o crisi.

Lavorare al Cav, dunque, significa:

  • avere la mente pulita, libera da pregiudizi;
  • saper ammorbidire le convinzioni personali, aprendosi, ove possibile, al confronto;
  • ascoltare con il cuore libero: è importante cercare di capire chi si ha davanti, qualsiasi sia la sua razza, religione, cultura…

Questo perché?
Perché le donne che si rivolgono a noi vogliono essere convinte che la parte di loro che vuole il bambino è importante e vogliono qualcuno che lo dica loro. Noi operatori lavoriamo per valorizzare quella parte e a quel punto, di solito, sono capaci di proseguire la loro vita da sole.
Bisogna far emergere il loro desiderio: nonostante tutto (difficoltà, impedimenti, abbandoni) la donna/madre vuole una vita sua; e la gravidanza ne è un segno tangibile!

Molte donne, nei colloqui, si giustificano dicendo che il loro bambino è sbagliato, perché è “arrivato” in un momento inopportuno, perché il padre non è la persona giusta, ecc… in realtà hanno solo bisogno di qualcuno che ricordi loro che è il bambino stesso a poter portare un po’ di luce, riscattando la loro vita, risvegliando in loro il ruolo di madre e genitore.

Per assurdo, quando parliamo alle donne che si rivolgono al Cav del servizio “Madre Segreta”, una linea verde, istituita dalla Provincia di Milano, che informa le future mamme sulle leggi che regolano il riconoscimento del neonato, che sostengono la maternità, dando la possibilità di partorire il bambino e non riconoscerlo, ci dicono che è meglio abortire!

La legge, infatti, prevede la possibilità di non riconoscere il neonato alla nascita e tutela il diritto della donna di essere informata e restare anonima, e a quel bambino di crescere in una famiglia di genitori adottivi, individuati dal Tribunale per i Minori, nel più breve tempo possibile.

Certamente per la madre si tratta di una rinuncia sempre difficile e dolorosa, però questa possibilità tutela il bambino, e tutela anche la madre, considerando che l’aborto è una ferita che una donna si porterà dentro per tutta la vita. Grazie a Madre Segreta vengono accompagnate nel difficile percorso dalla gravidanza fino al parto da operatori specializzati e spesso vengono inserite in strutture protette per permettere loro di portare avanti con maggiore sostegno questa scelta. Si tratta di un gesto d’amore: di fare al proprio bambino il dono di poter venire al mondo e di donare un figlio ad una famiglia che tanto lo desidera, ma che purtroppo non ha potuto averne.

Riflessione sul rapporto madre-figlia.
Il contesto culturale attuale, riconosce teoricamente l’alto valore educativo della madre, come principale responsabile dell’educazione dei figli, ma questo non si accompagna ad una educazione alla maternità. Infatti, secondo il pensare comune, la maternità non si impara, ma è un “istinto femminile”: al contrario, si tratta di un percorso formativo che inizia molto prima di quando le donne diventano biologicamente madri.

Ha inizio con la relazione primaria che esse instaurano con la loro madre, perché in essa acquisiscono il senso di sé come esseri che hanno valore, iniziano a conoscere il loro ambito di vita, imparano lo stile relazionale che impronterà tutti gli altri rapporti interumani, soprattutto la relazione che la figlia, diventata a sua volta madre, instaurerà con la “sua” neonata.

Madre ed embrione sono un sistema: in apparenza sono una cosa sola, in realtà sono due persone che si influenzano reciprocamente e cambiano in ogni momento. Il o la nascitura inizialmente dipende totalmente dalla madre per venire al mondo e per dare senso al proprio esistere; la figlia dipende dalla madre in modo ancora più significativo, perché farà principalmente riferimento a lei per la costruzione della propria identità femminile: è la madre il primo modello femminile che viene appreso. E’ perciò necessario che le donne scoprano di essere sempre madri per il fatto stesso di essere donne.

Mettono al mondo dei figli, generano amore, desiderio, linguaggio, arte, società…; qualsiasi donna che ritenga che l’istituto della maternità non la riguardi, chiude gli occhi di fronte agli aspetti cruciali della sua situazione.

E’ sempre più necessario, quindi, trasformare da “costrizione” a scelta, sia la decisione di diventare madre, sia quella di interpretare il mestiere di educatrice/insegnante, cosicché le donne agiscano senza negare sé stesse, andando al di là di schemi e stereotipi già fissati. Esprimere e valorizzare quindi la propria diversità non rispetto all’uomo (che sarebbe parziale), ma come valore in sé!

L’istinto da solo non raggiunge il fine educativo, ma si deve sempre procedere per un percorso formativo e culturale, che permetta di educare la persona e la madre. Occorre quindi educarci ed educare alla e nella differenza di genere, coscienti della parità valoriale fra donne e uomini e della ricchezza insita nella dimensione della reciprocità.

Appello, ora la moratoria per l’aborto

Appello, ora la moratoria per l’aborto
moratoria per l’aborto

C’è anche una pena di morte, legale, che riguarda centinaia di milioni di esseri umani. Le buone coscienze che si rallegrano per il voto dell’Onu ora riflettano sulla strage eugenica, razzista e sessista degli innocenti [editoriale di Giuliano Ferrara tratto da Il Foglio del 19 dicembre 2007 – www.ilfoglio.it]

Questo è un appello alle buone coscienze che gioiscono per la moratoria sulla pena di morte nel mondo, votata ieri all’Onu da 104 paesi. Rallegriamoci, e facciamo una moratoria per gli aborti. Infatti per ogni pena di morte comminata a un essere umano vivente ci sono mille, diecimila, centomila, milioni di aborti comminati a esseri umani viventi, concepiti nell’amore o nel piacere e poi destinati, in nome di una schizofrenica e grottesca ideologia della salute della Donna, che con la donna in carne e ossa e con la sua speranza di salute e di salvezza non ha niente a che vedere, alla mannaia dell’asportazione chirurgica o a quella del veleno farmacologico via pillola Ru486.

Questi esseri umani ai quali procuriamo la morte legale hanno ciascuno la propria struttura cromosomica, unica e irripetibile. Spesso, e in questo caso non li chiamiamo “concepiti” ma “feti”, hanno anche le fattezze e il volto, che sia o no a somiglianza di Dio lo lasciamo decidere alla coscienza individuale, di una persona. Qualche volta, è accaduto di recente a Firenze, queste persone vengono abortite vive, non ce la fanno nonostante ogni loro sforzo, soccombono dopo un regolare battesimo e vengono seppellite nel silenzio.

La pena di morte per la cui virtuale moratoria ci si rallegra oggi è di due tipi: conseguente a un giusto processo o a sentenze di giustizia tribale, compresa la sharia. Sono due cose diverse, ovviamente. Ma la nostra buona coscienza ci induce a complimentarci con noi stessi perché non facciamo differenze, e condanniamo in linea di principio la soppressione legale di un essere umano senza guardare ai suoi motivi, che in qualche caso, in molti casi, sono l’aver inflitto la morte ad altri.

Bene, anzi male. Il miliardo e più di aborti praticati da quando le legislazioni permettono la famosa interruzione volontaria della gravidanza riguarda persone legalmente innocenti, create e distrutte dal mero potere del desiderio, desiderio di aver figli e di amare e desiderio di non averli e di odiarsi fino al punto di amputarsi dell’amore. E’ lo scandalo supremo del nostro tempo, è una ferita catastrofica che lacera nel profondo le fibre e il possibile incanto della società moderna. E’ oltre tutto, in molte parti del mondo in cui l’aborto è selettivo per sesso, e diventa selettivo per profilo genetico, un capolavoro ideologico di razzismo in marcia con la forza dell’eugenetica.

Rallegriamoci dunque, in alto i cuori, e dopo aver promosso la Piccola Moratoria promuoviamo la Grande Moratoria della strage degli innocenti. Si accettano irrisioni, perché le buone coscienze sanno usare l’arma del sarcasmo meglio delle cattive, ma anche adesioni a un appello che parla da solo, illuministicamente, con l’evidenza assoluta e veritativa dei fatti di esperienza e di ragione.

Le cellule staminali e i diritti dell’embrione

Le cellule staminali e i diritti dell’embrione
Stem cells

Sintesi dell’incontro di formazione del 9 novembre 2007 – Milano c/o Scuola Faes Monforte

Dott. Andrea Verga, medico e vice presidente del Movimento per la Vita Ambrosiano

Il relatore ha messo in evidenza che il riconoscimento all’embrione dello status di essere umano -e pertanto la tutela del suo inalienabile diritto alla vita – non hanno natura confessionale od ideologica, ma si fondano su un principio di razionalità che può essere comunemente condiviso sia dal credente che dal non credente, sia dalla religione che dalla scienza, in un terreno comune di incontro: la ragione.

Entrando nel merito del tema dell’incontro si è analizzata brevemente la differenza tra cellule staminali embrionali e cellule staminali adulte. Le cellule staminali embrionali, non ancora differenziate, sono in una fase di totipotenza in quanto hanno la capacità di diventare tutti (o quasi) i tessuti. Il loro utilizzo richiede però la inevitabile soppressione di embrioni (che, trattandosi di esseri umani sia pure in una fase iniziale del loro sviluppo biologico, pone evidenti problemi di liceità: morale, prima ancora che giuridica). Il problema è infatti prevalentemente morale, in quanto attiene alla coscienza morale personale del ricercatore, dal momento che, come è noto, è molto improbabile che il diritto, inteso come esercizio del potere giudiziario, riesca a regolare e anche a sanzionare l’operato quotidiano di quanto avviene in laboratorio, come purtroppo sembrano evidenziare anche le recenti sentenze di alcuni magistrati in merito all’applicazione della Legge 40.

Le cellule staminali adulte, viceversa, essendo già differenziate provvedono al mantenimento degli organi del tessuto a cui appartengono ed in cui si sono sviluppate; sono dunque un serbatoio diretto alla eventuale riparazione di quell’organo cui appartengono.

Grazie a questa caratteristica le cellule staminali sono particolarmente ambite per uso terapeutico contro molte patologie umane. I successi maggiori si hanno con le cellule staminali adulte, poiché si ha una grande difficoltà ad orientare la riproduzione delle cellule staminali embrionali nella direzione del tessuto richiesto. Per capire il motivo della diffusa ricerca sulle cellule staminali embrionali (non giustificato dai risultati ottenuti) occorre tener presente, anche gli interessi economici connessi con i possibili brevetti di eventuali scoperte.

Tale atteggiamento, che mira a valorizzare le nuove tecniche solo in quanto rendono possibili interventi impensabili poche decine di anni fa, senza entrare nel merito del valore etico delle operazioni di volta in volta eseguite, va di pari passo con la trasformazione della scienza e delle tecnologie biomediche cui si assiste oggi. Man mano che la tecnica apre nuove frontiere, l’interesse economico dei grandi gruppi di ricerca (scienziati, imprese, consorzi di ricerca internazionali, ecc.) e delle società la segue senza domandarsi la destinazione di arrivo. E’ ciò che sta avvenendo in Inghilterra dove si è dato il via libera alla produzione di chimere, miscugli tra animali ed essere umano.

Quando si parla di ricerca, anche quando si afferma l’obiettivo di scoprire cure in grado di debellare gravi malattie che affliggono l’uomo, spesso si dimentica che, nelle attuali biotecnologie, differentemente da come avveniva fino a qualche decennio fa (si pensi ad esempio al modello di scienziato diviso fra clinica e laboratorio), non vi è differenza fra l’esperimento (il modello sperimentale più o meno lontano dalla clinica, ad es. la coltura cellulare, le proteine, ecc.) e la realtà (il paziente in carne ed ossa): oggi ciò su cui si interviene non è una finzione, ma un essere umano vero e proprio, solo situato cronologicamente nella sua fase di sviluppo embrionale.

La tematica delle cellule staminali e della tutela dell’embrione ha avuto ampia diffusione a seguito dell’emanazione della legge 40/2004 sulla fecondazione artificiale, oggetto poi del referendum che diede vita al Comitato Scienza e Vita. Questa legge riconosce al concepito, per la prima volta in maniera esplicita, la natura di soggetto di diritto.

Il dibattito sul riconoscimento o la negazione dei diritti dell’embrione si incentra su un falso presupposto culturale, che si fonda su una visione relativista della dignità dell’uomo, diffusa nella società civile anche nei confronti delle grandi religioni monoteistiche, visione in base alla quale ciò che è etico e religioso è percepito come restrittivo della libertà ed ostile, in qualche caso anche violento (si pensi all’associazione fra terrorismo e religione o alle note polemiche relative alla intolleranza della libertà di pensiero e alla violazione della libertà di ricerca nei paesi cattolici del sud Europa: caso Galileo, Giordano Bruno, ecc.).

Al fine di affrontare un sereno dibattito si deve superare questa falsa contrapposizione tra l’etica laicista – in base alla quale chi decide cosa è giusto sarebbe l’uomo e la sua capacità tecnica di realizzare l’irrealizzabile – e una etica religiosa falsa – in base alla quale chi decide sarebbe Dio: contrapposizione tra la ricerca scientifica libera, dominata solo dalla razionalità/possibilità tecnica e una visione falsa, confessionale ed ideologica dominata dall’irrazionale paura di qualsiasi nuova tecnica scientifica.

Il riconoscimento dell’embrione quale essere umano e la necessità di garantire al medesimo i diritti propri di ogni essere umano, primo fra tutti il diritto inalienabile alla vita, possono essere validamente sostenuti ed argomentati anche con il solo uso della ragione, sia nel campo laico e scientifico sia in quello religioso.

È evidente che la negazione del valore dell’uomo in una sperimentazione senza limiti è essa stessa espressione di un principio di irrazionalità. Il deficit di razionalità è ben visibile sia nell’uso delle cellule staminali embrionali per finalità di ricerca, sia nelle tecniche di fecondazione assistita, ma anche nella promozione di teorie sociologiche e giuridiche favorevoli alle unioni omosessuali: infatti essi hanno un unico comune obiettivo, la gestione da parte delle generazioni future della fertilità umana in maniera asessuata, al di fuori di legami relazionali stabili e giuridicamente fondati, attraverso una negazione della naturale differenziazione dei sessi su cui si fonda la naturale trasmissione della vita. In questa prospettiva alla sessualità resterebbe unicamente un valore di piacevolezza e di comunicazione interpersonale, completamente svincolato dalla fertilità.

Pertanto il pensiero laico tradizionale, inteso in modo sintetico come una filosofia antropologica non supportata da una visione religiosa dell’esistenza umana, e la ricerca scientifica, che di per se stessa deve essere libera ma non irrazionale, non devono abdicare a qualsiasi valore, ma, al contrario, possono e devono riconoscere all’embrione umano la dignità di persona, perché questa è l’unica strada sulla quale la ragione può identificare un obiettivo comune con i credenti, fondandolo nel rispetto della vita e dell’indisponibilità di ogni essere umano.

L’Europarlamento vota la risoluzione pro aborto

L’Europarlamento vota la risoluzione pro aborto
Parlamento Europeo

Molti gli spunti per questa nuova settimana: il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che indica contraccezione e aborto come strumenti per tutelare la salute materno-infantile nei paesi in via di sviluppo. La risoluzione ha avuto 394 voti a favore e 182 contrari: tra i favorevoli i gruppi Socialisti, Verdi , Comunisti e liberali, contrario o astenuto in gran parte il Partito popolare. Fortunatamente questa risoluzione, pur grave, non ha conseguenze pratiche ma si tratta di una raccomandazione. Verificheremo i dettagli e, soprattutto cercheremo di vedere come hanno votato i nostri Europarlamentari.

Intanto da seguire e approfondire è la notizia di oggi per cui i ministri Brunetta e Rotondi avrebbero elaborato una proposta, a titolo personale e che non impegna il Governo, sulle unioni civili anche omosessuali. Non si prevede nulla di buono, ovviamente, anche se dubito che una proposta del genere possa far strada soprattutto nel Centrodestra. Tuttavia stiamo attenti e pronti a far sentire la nostra voce, come sempre!

Un’altra novità arriva dalla Spagna progressista dove i giornali riportano l’ultima idea di Zapatero di estendere la possibilità dell’eutanasia anche ai malati non terminali. Non c’è ancora nulla di ufficiale ma pare che la proposta arrivi a breve: al peggio non c’è mai fine.

L’ultima riflessione arriva dalla Cina dove ieri si sono aperte le Paraolimpiadi: queste Olimpiadi dedicate ai disabili sono il punto più alto della contraddizione e dell’ipocrisia nella nostra società. In uno Stato come la Cina dove la dignità dei propri cittadini non conta nulla, la comunità internazionale, guidata dai Paesi Occidentali che spesso permettono attraverso la diagnosi pre-impianto e la selezione delle nascite, di eliminare i feti disabili, si danno un gran da fare per organizzare le Para Olimpiadi. Come a dire: facciamo di tutto per non farvi venire al mondo, ma se sopravvivete vi organizziamo le Paraolimpiadi.

Nota finale: cliccando qui potete leggere un interessante articolo su una recente bufala dell’informazione, che in generale ci fa riflettere come, soprattutto su temi molto sensibili, come quelli intorno alla vita umana, la manipolazione dell’informazione possa condizionare l’opinione pubblica.

Fabio Luoni