È tornato di estrema attualità il dibattito sul testamento biologico o sul “fine vita” dopo che, recentemente, anche da alcuni esponenti del modo pro-life e dalla Conferenza Episcopale Italiana, per mezzo del Cardinal Bagnasco, è stata lanciata la proposta di fare una legge su questa materia.
Nell’articolo qui accanto (pubblicato dal quotidiano Libero del 24/09/08 a pag. 15) esprimiamo perplessità nell’avventurarsi in questa iniziativa giudicando pericolosi i rischi che lo scrivere una legge su questo argomento porti, anche involontariamente, ad aprire una breccia verso l’eutanasia.
Per chiarire maggiormente la nostra posizione, affinchè siano un utile e costruttivo strumento di riflessione, proponiamo i seguenti punti critici:
- non riteniamo sia urgente una legge su questo tema poiché, mentre per la Legge 40 sulla fecondazione artificiale l’urgenza era data dal vuoto legislativo sulla materia che permetteva il far west procreativo, in questo caso le leggi ci sono: infatti ad oggi in Italia è vietato uccidere, quindi è vietata l’eutanasia e anche l’omicidio di consenziente e, tanto meno, è permesso lasciar morire di fame e di sete una persona.
- Non è vero che una legge può fermare le sentenze della magistratura volte ad aggirare le leggi per introdurre l’eutanasia. Anzi, come dimostra ancora l’esempio della Legge 40, anche la presenza esplicita del divieto di diagnosi pre-impianto contenute nella legge stessa non ha impedito ad una parte della magistratura di emettere sentenze in contrasto con tale legge. Anzi è vero che lo strumento delle sentenze è stato da sempre usato come mezzo di pressione per “guidare” il Parlamento a legiferare in un certo modo. A nostro avviso bisognerebbe fare attenzione a non cascare in questa trappola.
- Non mettiamo in dubbio che una legge scritta dalla Chiesa sarebbe rispettosa del diritto naturale, ma la legge è scritta dai politici: su una materia così delicata, l’unica legge che non rischi di fare più danni di quelli che si prefigge di riparare dovrebbe avere un unico articolo, più o meno così: “sono vietate la sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione”. Ma siccome non sarebbe questo l’unico contenuto della legge, c’è il grave e fondato rischio di aprire una breccia verso l’eutanasia. Mai come in questo caso l’esercizio della prudenza sarebbe auspicabile.
- Pericoloso dare valore legale alle dichiarazioni anticipate di volontà anche se, redatte in forma “certa e inequivocabile”. Infatti, anche nel caso tale dichiarazione non fosse vincolante per il medico, lo frenerebbe comunque nella propria azione, poiché assegnando a tali dichiarazioni “valore legale” il medico correrebbe il rischio di una possibile causa nel caso la sua decisione, determinata magari da nuove conoscenze scientifiche o comunque dalle proprie valutazioni professionali e di coscienza, fosse in contrasto con le volontà scritte dal paziente. Inoltre tale dichiarazione, darebbe maggiore forza giuridica a quel pericoloso principio di autodeterminazione che può essere la base di partenza per future richieste di apertura all’eutanasia: ricordiamoci il noto principio del “piano inclinato”.
- È veramente libero chi decide della propria vita senza avere le dovute conoscenze? Il rispetto per il valore e la dignità della vita di ogni uomo, riteniamo che non debba spingerci a fare una legge dove, inevitabilmente, chi non possiede le conoscenze venga spinto a scelte inconsapevoli sulla propria vita. Nel caso invece si voglia far scrivere le proprie dichiarazioni con il concorso di un medico, a parte la difficile realizzazione pratica, questa decisione sarebbe comunque influenzata da terzi e quindi non si vedrebbe più la necessità di questo “testamento biologico” o “legge sul fine vita”: se tale volontà è scritta sotto “consiglio” di terzi saremmo al punto di partenza. Quindi, o il testamento biologico rende il medico mero esecutore della volontà del paziente, e quindi si stravolge il ruolo del medico stesso che potrebbe anche trovarsi a dover eseguire volontà contrarie alla propria etica professionale, e sarebbe quindi autorizzato a ignorare tali richieste (ad esempio richiesta esplicita di eutanasia o al contrario di accanimento terapeutico) oppure la richiesta del paziente al medico non può che essere nella direzione di affidarsi alla professionalità e alla coscienza del medico (questa sì, informata e libera) nell’esecuzione della terapia possibile. In questo caso il buon medico eseguirebbe comunque la corretta terapia che, in quanto tale, non può che escludere l’accanimento terapeutico: ancora una volta il testamento biologico risulterebbe inutile.
- Fare una legge in un momento in cui c’è una maggioranza parlamentare più favorevole alla vita per evitare che la si faccia quando ci siano altre maggioranze in Parlamento, è un’altra delle argomentazioni di chi, nel fronte pro-life spinge per una legge. A nostro avviso il problema da porsi non deve essere questo poichè nessuno potrebbe impedire ad una futura maggioranza semplicemente di modificare tale legge, e nel caso questa legge avesse qualche imperfezione, potrebbe essere usata come “cavallo di Troia” per l’eutanasia con in più il sostegno del fatto che tale legge sia stata votata da chi si dichiara in difesa della vita.
- Invocare una larga convergenza su una legge in questa materia, vista la pluralità e pericolosità delle posizioni presenti nel nostro Parlamento (vedi i contenuti delle proposte di legge già depositate in questi anni) non può far altro che aumentare il pericolo che la ricerca del compromesso la faccia allontanare dal rispetto della dignità della vita umana. E il compromesso in una legge è accettabile quando migliora la precedente situazione (vedi Legge 40 sulla fecondazione artificiale), non quando rischia di peggiorarla.
- Le leggi fanno cultura e il rischio di fare una legge non pienamente conforme al diritto naturale, in una materia dove al momento non ci sono leggi in contrasto con tale diritto, nel tempo non potrebbe portare ad altro se non ad una maggiore accettazione sociale del concetto di dignità della vita legata alla qualità della vita stessa e alla propria autodeterminazione, che porterebbe ad un peggioramento della legge o almeno ad una sua interpretazione meno restrittiva. Vedi il caso della legge 194 e della graduale accettazione nella nostra cultura del fatto che, ad esempio, sia giusto abortire un figlio che si presume handicappato.
- Non è un caso che i più assidui promotori di una legge su questa materia siano coloro che spingono per l’eutanasia: sanno che il mezzo più efficace è sempre quello di superare poco alla volta il limite precedente, “spostare il paletto sempre un po’ più in la” e dopo che si è creato consenso sulla nuova posizione (vedi “le leggi fanno cultura”) proporre l’ulteriore passaggio come logica conseguenza della precedente situazione.
Una legge su questa materia rischierebbe di essere una sconfitta per lo Stato e per la nostra comunità anche perché invece di investire e ricercare una sempre maggiore umanizzazione della medicina, affinché sia al servizio del bene dell’uomo, si legalizza uno strumento che alla fine si configura come un’arma per difendersi dai propri familiari e, soprattutto, dai medici.
Siamo quindi arrivati al punto di manifestare una previa diffidenza verso i nostri cari e verso chi, per vocazione professionale, dovrebbe primariamente avere a cuore la nostra salute: quanto meno una triste considerazione.
Fabio Luoni